cito dal passato

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ogni presente è pur sempre un ritardo, quasi eco di se stesso… proprio così… la Storia si vive nel presente che interscorre, ma si compie già prima, nell’interesse del futuro, e allo stesso modo – qua >si< metricamente – è trascritta dopo, nell’interesse del passato…

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in ultima analisi

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ho percorso tutti e i soli confini della dimora tempoide nella finzione infratestuale di un’antistoria. noler trarre conclusioni adesso è per me un fatto importante: consapevole del mio essere ricorsivo, ho marcito o metaforizzato ogni funzione semantica, contaminato e relativizzato ogni aspetto linguistico consapevole, generando lo sputo di un lente automatica ironica: tante cose rimangono all’ombra, troppi cosi vi rientrano. forse è per questa anarchia concettuale che i valori di vero e falso, posti in scacchiera, invitano adesso alle azzurrità di kalì! spettri coloristici esistono comunque, ma allo stato di storia supposta…

un laccio mi dice: non è affatto necessario ricoprirsi di colpe… che senso ha pretendere di azzittire il silenzio? il suo frastuono ignora qualsiasi confronto, non appena cominci a percuotere, è vero: per il silenzio tu non esisti. e così il suono: la materia del sogno vibra come uno strumento senza jack, l’aspetto urla come un ampli senza elettricità, e la tua parola reale, tutta interna e intima, èst eco onirica senza verità, come una nube di polvere e fumo sul tappo nasale di parole troppo parole… siamo d’accordo almeno su questo? 

non io!

è lo stemma delle statue: rispondo obiettando che anche il laccio mi scrive in corsivo… non è peggio di me! parole troppo parole! vuoi dire che i significati stanno nelle pure vibrazioni, vuoi dire che i significanti sono suggerimenti…

è tempo di inoltrarsi: costeggiata l’isola, cosa hai appreso?

altrui è tuo, mio è altrui 

ho appreso la fortuna del chiasma, la maledizione dello specchio, l’amore implicito fra stemmi e chiasma, il paesaggio come dimora del tempo, il complotto come divorarsi reciproco, il rifiuto della contaminazione, la consapevolezza dell’essere spiccioli contro uno standard ultraspicciolo…

è tempo di inoltrarsi: costeggiata l’isola, cosa hai appreso?

me- tamorfosi e logopedisti -me

ho appreso di stare a pregare senza porci rimedio. lo spazio dei flussi come castello esistente, ma senza feudo: omino in riva al male, il paesaggio ti divorerà, resteranno solo i servi e gli schiavi! solo dittologie sinonimiche…

è tempo di inoltrarsi: costeggiata l’isola, cosa hai appreso?

ho appreso di stare a sventrarmi a colpi di morte > figurata < somatici mi avvolgono nell’intolleranza, tutta virtuale, tutta intima. non vedi che tanto più mi punto, quanto più mi prego? meglio inoltrarsi piuttosto che pregare…

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opcapiscp

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antiformazione: dal momento che non esistono interni o palcoscenici (ma solo un unico indiscriminato paesaggio… un immenso continuum filtrato dalla sola pergapelle, un immenso textus illuminato a notte…) taglio i confini iniziali di parola, e senza stabilire alcuna priorità, uso il castrato per il primo utilizzo, di solito pionieristico, e riciclo a mò di spie tutto l’insieme indifferenziato degli iniziali scartati: in essi vedendo le marche del non-detto, i veri segnali di ammissione o illusione… illudersi di essere colpevoli?

castrato e scartato: non si può dire se di voce o d’agnello, se di rifiuto o per deviazione… posso solo osservare e confermare che il ribaltamento, la umile eversione! resta fedele a tutte le modalità riscontrate… penso al canone inverso, dove il senso scorre verso destra, e il nosocosa verso sinistra.

opcapiscp

guardo i limiti p… guardare in corsivo… come minimo allude all’accecarsi universale…

a volte ristabilisco l’ordine così, con una vocale iniziale piazzata al posto giusto:

capisco

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confusio reflexuum

quella risposta udita nel silenzio della notte avrà giustificato ogni ribaltamento in atto: non c’è statuto alcuno nella reciprocità del riflettersi, è impossibile marcare la posizione della voce rispetto a… cosa? abdico (seconda voce del verbo nolere) alle pretese del soggetto, ogni parola comincia a perdere il suo confine primo… estremo reale di ciò che rimane? antico nome di Parigi? che ne so! noso nulla! tutti questi disforici, come la perdita dei confini, la perdita delle priorità sul riflettersi, la fine puramente formale, si affollano nell’ansia che possa riemergere sì fiduciosa ma intraducibile una nuova generazione…

quando smetterò di strisciare nel tempo, quando il lusso della navicella di proprietà mi sarà finalmente negato, scenderò sui miei piedi e li calzerò calorosi, consapevole d’aver giocato abbastanza nell’aver creato mostri ormai senza controllo, feroci e silenziosi… tutti miei complici (se solo riuscissi a corrompere Origgi prima che il fato mi anticipi) e sopratutto automatici, come l’istinto…

di gallerie e boschi a buccia tra me e il resto… resta la crosta, è solo questione di crosta: combattere contro gli ornamenti del fato vorrà dire bruciarmi al sole, vaporizzare la pergapelle! insomma, stao tra i figli di Caos e della Notte, senza saper nulla di niente e di nessuno… ci vogliono significanti veri e autentici! soprattutto se resti indeciso fra metafora e ironia! è un classico (questo lo so)………………….. ma come fare senza il gusto? la repressione di meme è a base diccì’sstrutto e ipocrisia: come prendere parola senza cedere a un disprezzo indiscriminato? essi ama Carmelo Bene, e come lui, odia il teatro!

gusto è menomazione di giusto

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e fortuna al fonte limpida… 

http://www.biuso.eu/2012/05/04/nietzsche/

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anticamera narrativa

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mi sveglio ed è tutto buio, cerco di raccattare un punto di vista qualsiasi, purché sia mio. non riesco a capire dove ho messi gli occhi e cosa potrebbe trovarsi nella condizione di cosa… sono precipitato giù da sogni troppo audaci! cerco allora di immaginare i miei occhi: ne ricavo soltanto il dubbio circa le priorità sul vedere: buio non può corrispondere a occhi chiusi, vedere non è così semplice… ero in evidente stato di delirio, così tante erano ormai le ore passate alla ricerca di una prospettiva, e tutto sembrava ridursi ad libitum in absentia… di un orologio. allora dimenticai gli occhi. immaginai un paesaggio: e mi convinsi della percezione di un oggetto come di un riflesso esterno, e così di tutto l’insieme che mi occorre: erroneamente sfondo, in verità specchio, la fantasia del paesaggio mi trova motivato come una lente-corpo… e così, due occhi-cosa ricreano il sole e la luna, infiniti occhi-cosa le stelle ed i pianeti… e nel particolare, pullulano miliardi cosa-uomini. ecco, naif, un primo chiasma:

occhi-cosa : cosa-uomini

(S-oggetto) : (s-oggetto)

in parentesi: termini in via di estinzione, senza alcuna speranza semantica e destinati alla simmetria della dissoluzione – Scienza, scienza delle mie brame, chi è la più bella del reame? – così la mente umana allo specchio universale; e questi le risponde:

muto son io : tu la mia eco

- Ecco la tipica reazione di stampo religioso! – commentò la mente umana, – il presunto narratore di cui ti fidi non possiede competenze storiche adeguate per mentire e darti voce, e ti assicuro, non è mai stato capace di percepire il minimo consiglio, il minimo invito, niente spiriti santi, niente demonio… solo silenzio e musica meme! -

muto son io : tu la mia eco

- Specchio, specchio! eravamo in anticamera narrativa… eravamo nel 2012… non puoi, davvero no, stringermi così tra il caos e la notte, davvero no… i mantra occidentali sono orfani, non esistono padri qui da noi, né maestri, né guru… c’è solo il fracasso di un Erebo-complice-meme. preferisco confessare piuttosto che pregare insieme a te! -

muto son io : tu la mia eco

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ipotesi attuale secondo essi (simulazione 3)

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ipotesi illegale secondo lui (simulazione 2)

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